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L’acidificazione degli oceani

Benvenut*!

Il tema di oggi è l’acidificazione degli oceani, uno degli effetti di cui meno si parla del surriscaldamento globale.

Innanzitutto l’acidificazione degli oceani è, in pratica, la decrescita del Ph delle acque.
Il PH è una misura dell’acidità di una sostanza che va da 0 a 14, dove 0 è l’acidità maggiore, mentre 14 è il maggior valore basico possibile.

Il PH dell’acqua, è stato stimato, è sceso da un valore di 8.25 a 8.14 tra il 1751 e il 2004, e le previsioni al ritmo corrente per il 2100 stimano che il PH si attesterà attorno al 7.51 (Jacobson, M. Z. , 2005)
Sembrano cambiamenti minimi, ma serve ricordare che la scala del PH è logaritmica, quindi cambiamenti anche lievi portano a sostanziali mutamenti nel ciclo dell’acqua.

Ma come fanno gli oceani a diventare più acidi?

Il ciclo del carbonio sulla Terra è piuttosto complesso, e sarà il tema di un prossimo post, ma ai fini di quello che stiamo discutendo oggi è utile dire che gli oceani sono uno dei più grandi raccoglitori di CO2 e per secoli hanno aiutato a mantenere stabili i livelli di questa molecola. Con l’aumento di CO2 nell’atmosfera, dovuto alle nostre emissioni, le acque hanno raccolto più CO2, che in acqua si scioglie diventando acido carbonico (H20 + CO2 = H2CO3) che però è poco stabile e tende quindi a separarsi in bicarbonato (HCO3−) e carbonato (CO32-) liberando ioni H+ che aumentano l’acidità degli oceani.

Le conseguenze di questo fenomeno sono di vario genere: dallo sbiancamento dei coralli, all’estinzione di interi ecosistemi dovuti al fatto che conchiglie e molluschi non riescono a costruire il loro scheletro a base di carbonato di calcio (una maggiore acidità dell’acqua fa sciogliere questi esoscheletri) fino addirittura, una volta raggiunto il limite di saturazione, a diventare una fonte di CO2 piuttosto che un contenitore, aggravando ancora di più la situazione. (Jason M. Hall-Spencer, 2008 | Cornelia Dean, 2009)

L’impatto su di noi è a catena: la distruzione di interi ecosistemi porta alla riduzione di pescato, già gravato da una richiesta sempre maggiore. Non avendo più questa fonte di sopravvivenza e di reddito molte persone potrebbero essere costrette a spostarsi, generando importanti flussi migratori e così via.

Di nuovo, l’unico modo per ridurre il danno (e per tornare ad una situazione “normale” ci vorrà molto tempo, vista l’inerzia del fenomeno) è limitare drasticamente l’emissione di CO2 nell’atmosfera.

Cosa ne pensate? Avete opinioni o suggerimenti su questo argomento?
Commentate o scrivetemi!
Love as thou wilt,
Noemi

Noemi Bardella

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